I racconti: Memorie di una vespa 2

Sono una vespa 50 special, numero di telaio V5B3T565053.
Sono stata, pensate un po’, la terzultima del mio modello ad uscire dalla catena di montaggio di Pontedera prima di essere sostituita dall’antiestetica PK con i suoi orribili angoli convessi
Erano le 10.30 del 28 ottobre 1983, nel concessionario Piaggio si presentò un ragazzo dall’aria misteriosa, alto, ben piazzato, indossava un giubbotto nero in pelle, fece un giro veloce tra noi giovani “dueruote” e poi, indicandomi disse: «Prendo questa!»
libri simone mele comico LeccePur essendo immacolata e senza neanche un piccolo difetto di carburazione, venni ricoverata d’urgenza in un’officina meccanica. Non mi fu difficile capire che la mia misera cilindrata non poteva soddisfare le esigenze del mio nuovo proprietario.
Fu una vera e proprie escalation, in poche settimane passai da 50 a 75cc., poi da 75 a 105 con un carburatore 19 per poi giungere al top. Impiantarono nel mio giovane telaio il famigerato kit Polini: motore da 130cc. “lamellare”, carburatore 21 e marmitta “Drugo”; in pratica, detto nel gergo di strada, “mi avevano messo l’ET6».

Ragazzi miei ero una vera bomba, mi ero trasformata in un mostro mangia-asfalto, una vespa anabolizzata che faceva impallidire le sue colleghe e, in quanto ad accelerazione da fermo, anche qualche moto che nelle partenze ai semafori rimaneva come paralizzata. Insomma mi prendevo delle belle soddisfazioni.

Il mio padrone poi, alla guida era un vero e proprio asso, mi metteva su una ruota per così tanto tempo che lo pneumatico anteriore non presentava alcun segno di usura.
È vero, a volte mi trattava rudemente, qualche calcione sulla campana l’ho pure beccato, comunque quel suo modo di fare così brutale mi affascinava.

Poi, una giornata fredda e umida uscimmo di buon’ora, an- dammo a prendere in una stazione di servizio un tipo losco con enormi occhiali da sole ed una lunga coda di cavallo e dopo un breve giro ci fermammo per più di un’ora ad un bar davanti al piazzale delle poste. Vedevo le facce tirate dei miei due passeg- geri e mi sforzavo di capire il motivo di tanta inutile attesa ad un bar che non frequentavamo solitamente. Si accesero l’ennesima sigaretta che stranamente dopo solo due boccate gettarono via. Capii che era giunto il momento di passare all’azione. Mi accesero il motore e si mossero con lentezza infilandosi in una via adiacente, io scalpitavo, non capivo il motivo di questo inutile surplace.

«Vai, vai!» gridò il ragazzo seduto dietro.
Partii a tutto gas, sentii un rumore e dopo un istante sentì dietro di noi delle urla disperate, poche centinaia di metri zigzagando nel traffico e ci ritrovammo nella penombra di un garage.
Vidi una borsa con la cinghia spezzata e vidi dei soldi, capii che eravamo stati i protagonisti di quello che in gergo veniva definito “uno strappo”. Sorprendentemente, al posto di paura e indignazione, sentimenti che la casa madre ci aveva trasmesso, quello che provai nel profondo dei carter fu un brivido di godimento.

Insomma, avevo fatto il mio esordio nel mondo del piccolo crimine.
Quelli che seguirono furono anni straordinari, indimenticabili: avventure rocambolesche, inseguimenti con le macchine della polizia, pomeriggi consumati al bar “Poker” tra sbronze, scazzottate e personaggi leggendari.
Con il telaio dipinto di nero, guardavo le mie colleghe dall’al- to della mia cilindrata, in coppia con il mio cavaliere oscuro, incutevo timore e rispetto e, brillando di tenebra riflessa, mi sentivo tanto, ma tanto malandrina.

Arrivò poi il boom dell’eroina e il mio “boss” come molti dei suoi coetanei, ci cascò dentro. Finì che iniziò col bucarsi e poi, come spesso accade, fu costretto a spacciare per permettersi la sua dose giornaliera.
Il 25 maggio dell’89, in via Oberdan, la nostra avventura si concluse drammaticamente. Forzammo un posto di blocco e gli agenti ci spararono addosso; un proiettile mi distrusse il fanale anteriore e un altro ferì il mio compagno costringendoci ad interrompere la fuga.

Durante la perquisizione che ne seguì, nascosto sotto la mia sella, gli agenti trovarono un involucro contenente più di 30 dosi di eroina di qualità brown sugar, una rivoltella e un mi- lione di lire in banconote da 10mila, “probabile provento di spaccio”, come scrivono sempre i giornali.
Scattarono in automatico le manette per lui e il sequestro per me.
Giuro che se avessi avuto il dono della favella, mi sarei “accollata” tutto quanto, avrei detto che ero io che spacciavo e che quei soldi mi servivano per mio nipote, un “Ciao” bisognoso di un trapianto di collettore, ma probabilmente non mi avrebbero creduto.

Sì, lo riconosco, sono noioso, ogni occasione è buona per tirare fuori i racconti del mio passato burrascoso. Dovrei abbandonare i ricordi, vivere con serenità il qui e ora, l’istante presente; io ci provo, ma credetemi proprio non ce la faccio.
E come potrei? Guardatemi ora come sono ridotta, parcheggiata davanti a questo lounge bar, il più “cool” della città, ad ascoltare una marea di stronzate, inoltre, sotto il telaio, mi han- no rimontato un motore originale, capito? O-ri-gi-na-le! Anche la marmitta non è più la stessa di un tempo, adesso faccio un rumore anonimo, senza personalità.

Come posso non pensare ai bei tempi andati con questi scooter moderni che mi sorpassano da tutti i lati, come posso concentrarmi sul presente e dimenticarmi di “lui”, co ’sta cretinetta ossigenata che non fa altro che mandare whatsapp a quel rincoglionito del fidanzato: “amorino mio, tesorino mio, tvb”, faccine felici, emoticon e ’sti cazzi!!! Non gli è venuto ancora il ciclo e porta il motociclo ’sta defi- ciente che mi guida a 30 all’ora col culo in punta di sellino con quelle gambette da anoressica e delle mostruose “ballerine” ai piedi.

Una per cui il massimo della trasgressione è fumarsi 10 sigarette una dietro l’altra con quelle altre stronze delle amiche sue.
E, soprattutto, provateci voi a non rimpiangere il passato, con questo telaio rosa confetto!