Lo scemo del villaggio

Quando da piccolo mi ponevano la domanda di rito, ovvero cosa volessi fare da grande, la mia risposta lasciava a bocca aperta insegnati, baby-sitter, pedagogisti o semplici curiosi: volevo fare lo scemo del villaggio.
Contrariamente infatti alla maggior parte dei miei coetanei con velleità professionali inoculate dall’edonismo degli anni ’80, non volevo diventare un avvocato, un medico o un supereroe per salvare il mondo, io ero proprio convinto di voler essere lo scemo del villaggio e niente di più.
Nessuno si è mai dato la briga di indagare sul perché di questa singolare quanto ferma decisione, la mia risposta veniva accolta come la fantasia di un bambino un po’ eccentrico e non come un piano ben preciso; avevo le idee chiare io!
Ora che il desiderio si sta realizzando è giunto il momento di svelare l’origine della mia scelta.

Di quando Simone Mele, cioè io, decise di diventare lo scemo del villaggio

La fonte d’ispirazione: Zio Pepeo scemo del villaggio

Alcuni si fregiano di avere nel proprio albero genealogico diramazioni aristocratiche, avi illustri, ascendenze blasonate io vado fiero di annoverare tra i miei parenti lo Zio Pepeo scemo del villaggio “ufficiale” di Rivisondoli (AQ) in carica negli anni che vanno dal ‘73 al ‘89.
Zio Pepeo alias Amedeo Mele, fratello di mio nonno affetto da un ritardo mentale dovuto ad una meningite che colpì la madre durante la gravidanza, si trasferì nella provincia aquilana sotto consiglio medico, l’aria di montagna avrebbe aiutato la sua salute zoppicante.
Il motivo in realtà, come scoprì in seguito, era di allontanarlo da Lecce, un ambiente culturalmente non ancora pronto ad accogliere il diverso, e poi diciamolo, c’era troppa concorrenza!
Il trasferimento fece la sua fortuna, a Rivisondoli il posto era vacante e dopo pochi giorni dal suo arrivo, notato da un idiot-scout venne investito dello status di scemo del villaggio con cerimonia ufficiale nella piazza del paese.
Rimasi colpito quando andando a trovarlo con la mia famiglia venimmo accolti dagli abitanti del paese come i parenti di un’autorità, tutti volevano bene a zio Pepeo.
Morì nel ’95 felice, soddisfatto realizzato!

Cosa significa oggi essere lo scemo del villaggio a Lecce

La mia città è cambiata, oggi essere lo scemo del villaggio significa inseguire un ideale alternativo di libertà (in un momento in cui della libertà si abusa e che ci risulta spesso un peso difficile da gestire) ed essere nello stesso tempo un elemento di rottura che “gioca” la sua partita su tre piani: linguistico, sociologico e politico. Linguistico, giocando con le parole e trasformando la realtà spesso esprimibile solo attraverso il linguaggio, sociale sabotando il luogo comune svelando i tic e le nevrosi umane e, infine, politico con un occhio ironico ma vigile sulla città e la vivendola in prima persona.
Incontrandolo si è sempre sul chivalà perché con lui le regole d’ingaggio sono diverse, il potente si mantiene a distanza perché potrebbe incappare in una delle sue invettive, il diverso si sente accolto e ascoltato, tutti in fondo gli vogliono bene.
Lo scemo del villaggio è estro, follia, genialità ma anche solitudine spesso cercata ma anche subita perché questo, ahimè, è il destino dei diversi. Lo scemo del villaggio oggi sono io: Simone Mele.

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