I racconti: Mr. Superfly, l’uomo proiettile

Era l’estate più calda degli ultimi cinquant’anni, la colonnina di mercurio oscillava tra i 43 gradi del giorno e i 35 della notte. L’esistenza risultava intollerabile.
Giacomo, quarant’anni, personaggio di “fame” mondiale, era in un periodo di trasformazione psicofisica: il suo cardiologo, dopo una serie di esami dal risultato catastrofico, gli aveva imposto una severa dieta ipocalorica che stava affrontando con grande impegno e che gli aveva permesso in due mesi di perdere ben quindici chili.

Affacciato dal terrazzo del suo appartamento ubicato nell’affollato centro storico di una città in rapida espansione turistica, fissava i tavoli della pizzeria sottostante con la disperazione nell’anima.

simone mele libro non vi accalcateQuella sera, per combattere l’afa, indossava solamente una canottiera celeste ed un paio di boxer della stessa tinta, ma nonostante questa mise le sue ghiandole continuavano a secernere una quantità industriale di sudore.
L’elevata temperatura non era l’unica colpevole della sua straordinaria sudorazione, a questa si univa il nervosismo per la certezza dell’ennesima notte in bianco.
Proprio quell’inverno, di fronte a casa sua, era stata inagurata la pizzeria La perla di Labuan, che, grazie alla formula “pizza a metro”, aveva riscosso un incredibile successo sia in città che in provincia.
Il proprietario, Sandro-can, alias Sandro Canino; un tipo equivoco, con dei lunghi capelli neri ed una folta barba che lo facevano assomigliare al Kabir Bedi dello sceneggiato, grazie ai suoi ammanicamenti presso il comune, era riuscito ad ottenere il permesso di colonizzare l’intera via che occupava con pesanti tavoli dai piedi in ghisa.

La suddetta via, che era sempre stata tranquilla e silenziosa, dopo l’arrivo della “tigre di Mompracem”, si era trasformata in una babele con urla e schiamazzi che duravano praticamente per tutta la notte; a partire dalle nove partiva l’assalto alla baio- netta dei clienti, praticamente una baraonda senza tregua che si concludeva intorno alle tre, orario in cui i camerieri, ribattezzati da Sandro-can “i tigrotti”, ripulivano i tavoli trascinandoli poi dentro il locale e scatenando un’apocalisse sonora.

Terminati i lavori di sgombero, intorno alle quattro, i “pendagli da forca”, esausti, si sedevano davanti alla porta del locale per fumare, commentare a voce alta la serata e bere un bicchierino fino all’alba, momento in cui passavano il testimone agli spazzini che aprivano le rumorose danze della giornata.
Ad aggravare la situazione, già di per se complicata, vi era la colonna sonora che, sparata da piccole ma potenti casse occultate strategicamente, accompagnava il pasto degli inebetiti commensali.

Inutile dire che a sovrastare il chiacchiericcio degli avventori non c’erano certo i Concerti brandeburghesi di Bach, ma una devastante compilation di tormentoni estivi, per l’esat- tezza otto, che si ripetevano senza soluzione di continuità.
Alcune volte, per ritorsione acustica e disperazione, Giacomo era solito avvicinare le casse del suo hi-fi alla finestra, sparare la nona di Beethoven a tutto volume e uscire.

Tornato a casa e spento l’impianto, si accorgeva amareggiato che la sua vendetta non aveva minimamente intaccato la potenza del Moloc contro cui combatteva e che continuava a divorar- lo psicologicamente.
Giacomo, affacciato al balcone fissava le comitive che si ab- buffavano chiacchierando confusamente e accumulava rabbia, un veleno che gli stava lentamente rodendo il fegato.
Ormai si era arreso, aveva cercato di farsi forza e far valere le sue ragioni parlando con il proprietario, si era preparato un di- scorso che aveva ripetuto più volte davanti allo specchio per far- si coraggio ma, ogni qualvolta si presentava di fronte alla truce figura della “tigre della Malesia”, si trasformava in un agnellino e non era riuscito ad ottenere altro che un metro di pizza gratis.

Fumava nervosamente Giacomo, gli effluvi delle pizze appena sfornate si alzavano nell’aria incanalandosi nelle sue narici, l’acquolina in bocca lo stava per soffocare, osservava quei metri multi-gusto e soffriva tremendamente, voleva urlare la sua rabbia ai “quattro formaggi”, ma sarebbe stato inutile, la terribile caciara avrebbe certamente coperto il suo amaro sfogo.
Osservava la moglie che invece, nonostante il delirio, dormi- va saporitamente e provava un’invidia feroce.
Lei era spesso il capro espiatorio di questa situazione, sovente al culmine della rabbia le urlava contro tutta la sua frustrazione, ma lei di fronte alla sua furia era solita rispondere con uno sbadiglio.

Giacomo con i gomiti appoggiati alla balaustra incominciò a piangere per la disperazione, quando il suo piede destro, con un gesto impulsivo dettato dalla rabbia, calciò un pezzo di calcinaccio che infilandosi attraverso le inferriate, precipitò di sotto atterrando nel piatto di un commensale.
Questi lo fissò, alzò la testa per controllare la provenienza del proiettile e poi chiamò uno dei “tigrotti” al quale fece una bella lavata di capo, terminata la quale si alzò dal tavolo andandosene via senza neanche pagare il conto.
Lo strano episodio fu per Giacomo una vera e propria illuminazione, in un istante capì quello che doveva fare: prese un lenzuolo rosso, se lo annodò al collo come fosse un mantello, si sfilò gli infradito, salì in piedi sulla balaustra e poi, dopo essersi messo nella postura dell’uomo vitriuviano, al grido di: «Arriva Mr. Superfly!», si lanciò nel vuoto.

Il nostro eroe atterrò con tutti i suoi 97 kg. su di un tavolo da dodici al quale era seduta una comitiva che festeggiava un addio al celibato.
L’effetto, naturalmente, fu catastrofico, bottiglie, bicchieri e piatti disintegrati, centimetri di pizza che volavano per aria come schegge, posate che volteggiavano nell’aria, mentre il ta- volo, menomato delle gambe, era completamente franato.
Tra i commensali si registrò solo qualche graffio, paura e tan- ta delusione visto che erano nella febbricitante attesa di una “donnina allegra” per continuare la serata ed invece, ora che gli era piombato sopra le teste il povero Giacomo che giaceva a terra privo di sensi, interamente coperto di sangue e salsa di pomodoro, la serata era andata a puttane, solo figurativamente.
Rimase in ospedale per oltre tre mesi, con numerose fratture tra cui quella del bacino, due vertebre scheggiate, un trauma cranico e una lussazione al sopracciglio.

Al suo capezzale giorno e notte vigilava, si fa per dire, la letargica moglie che nonostante la tragedia sfiorata continuava a dormire saporitamente su una scomoda sedia. Venne a trovarlo anche il proprietario del locale convinto che lo schianto di Giacomo non fosse il gesto estremo di un uomo disperato, ma solo il frutto di uno sfortunato incidente.
La notizia, troppo golosa per non essere sfruttata da qual- che scribacchino in cerca di scoop, apparve sulla prima pagina del quotidiano locale con una lunga intervista a Giacomo che spiegò il vero motivo dell’insano gesto. Il passaparola in breve tempo fece di lui un paladino delle vittime del baccano.

I cinque mesi successivi furono dedicati interamente alla riabilitazione e così, proprio alle porte della bella stagione, Giaco- mo ribattezzato ormai “Mr. Superfly l’uomo proiettile”, era di nuovo perfettamente funzionante.
Nonostante l’exploit dell’anno precedente, la situazione, di sotto, non si era modificata granché, il solito trambusto non concedeva tregua e il sentimento di rabbia era tornato a farsi sentire con maggiore virulenza. Gli unici due piccoli cambia- menti concernevano: la disposizione dei tavoli che, per scongiurare un altro atterraggio violento, presentavano uno spazio vuoto proprio sotto il balcone del decollo e l’atteggiamento maggiormente guardingo dei clienti, che durante il pasto rivolgevano spesso lo sguardo in sú temendo un pericoloso bis.

Giacomo non si capacitava che il suo sacrificio avesse portato così pochi frutti e quindi una settimana prima dell’anniversario della trasvolata balcone-tavolo, entrò nel bagno accanto alla camera da letto dove la letargica moglie continuava a ronfare, si allaccio il lenzuolo-mantello, aprì la finestrella e, lanciando il suo caratteristico grido di battaglia si precipitò su di un gruppo di turisti tedeschi mezzi ubriachi.

Teutonici feriti, boccali di birra in mille pezzi, macchine fotografiche distrutte, le solite schegge di pizza ed il solito tavolo raso al suolo furono il catastrofico risultato dello schianto.
Inutile aggiungere che Giacomo fece ritorno nel reparto rianimazione del solito ospedale, riportando questa volta: lo spappolamento della milza, la frattura della mandibola e del femore destro, la perdita del 70% della dentatura e numerosissime ferite lacero-contuse che furono suturate con la cifra record di 1748 punti.

Questa volta al suo capezzale non accorse il proprietario che ormai si era convinto che dietro la reiterazione del gesto ci fosse un tentativo di sabotaggio nei suoi confronti, anzi tramite av- vocato, aveva diffidato il nostro uomo dall’esibirsi nuovamente nel suo numero preferito.
La notizia questa volta ebbe una eco straordinaria e la incredibile storia di Mr. Superfly paladino della quiete pubblica superò le mura cittadine; qualche fan incominciò anche a scrivergli delle lettere: nella nostra società malata, c’è tanto bisogno di eroi!

Anche questa volta trascorsero più di otto mesi prima che Giacomo o meglio ciò che ne rimaneva, potesse esser pronto per riaffacciarsi sulla sua pista d’atterraggio preferita.
La pizzeria ora presentava sempre meno tavoli e i pochi clienti, oramai terrorizzati, guardavano più sulle proprie teste che nel piatto.

Il nostro supereroe, ormai entrato totalmente nella nella parte, guardava di sotto per capire come poter planare su di uno dei restanti tavoli, sistemati oramai a distanza di sicurezza dai suoi balconi.
Doveva portare a termine la missione, ragion per cui uscì da casa e bussò ai vicini indossando il suo “mantello” rosso.
«Chi è?» chiese il figlio dei vicini.
«Sono Mr. Superfly, l’uomo proiettile, apri immediatamente devo concludere la mia missione, riportare la pace in questa via!»