Un comico a New York – Mele nella “grande mela”

Simone Mele nella “grande mela”, un comico a New York, appunti di viaggio dello scemo del villaggio.

New York, New York

Sono atterrato ieri nella “big apple” e non sarà un caso che facendo Mele di cognome qui, in un certo senso, mi senta in famiglia, direi che suona bene #applesinthebigapple, Mele nella grande mela.
10 ore di volo non hanno fiaccato il mio entusiasmo e neanche quattro rampe di scale con sulle spalle il trolley della mia compagna il cui peso era vicino all’antimateria.
Il mio spirito comico si è bloccato però quando mi è stata mostrata la stanza, le cui di dimensioni e la possibilità di movimento ricordano quelle di un camper, striminzita? La definirei ottimisticamente “intima”.

simone mele un comico a new york
Kit minimo di sopravvivenza all’estero.

Il caldo sogno americano

Non so se funziona così in tutti gli States, ma in questo palazzo non si regolano con il riscaldamento, ci sono fissi almeno 35 gradi, roba da morbillo, ho sempre la sensazione di avere la febbre.
Ecco perché inquinano, se utilizzano così anche l’aria condizionata, altro che riscaldamento globale!
Comunque, ho aperto la finestra della stanza per vedere il panorama e si vedeva solo Wall Street, anzi solo Wall, nel senso che a trenta centimetri c’era un bel muro.
Sull’annuncio avrebbero dovuto scrivere affitto loculo con splendida vista muro e invece hanno allegato delle foto ingannevoli nelle quali appariva molto più grande, non vedo l’ora di sfogarmi su Tripadvisor!
Comunque, grazie a qualche goccia di fiori di Bach, un paio di compresse di valeriana e alcune coccole della mia paziente compagna, sono riuscito ad evitare il suicidio, fregare il jet-lag e svegliarmi fresco come una rosa col piglio del turista, la caffettiera e il caffè portate da casa hanno fatto il resto.

Qui a New York, si spende! In ventiquattro ore ho una lista spese di un armatore greco!

Dovevo capirlo appena atterrato al JFK, una piadina 11 dollari! Non ho preso nulla da bere per non essere costretto ad impegnare un rene.
Dopo un’ottima colazione in un bistrot sotto casa, a proposito sono a Manatthan nel bellissimo quartiere Chelsea, ho ammirato il diluvio per un’oretta sfogliando il New York Times, facendo finta di leggerlo visto che definire il mio inglese elementare è poco.

I cantieri di New York

Smesso di piovere ho visitato il Chelsea Market, un ex fabbrica di biscotti diventata un meraviglioso centro commerciale con tantissime specialità da leccarsi le ascelle, visitandolo ho capito che qui nascono le mode, poi le sdoganiamo in Italia e dopo un po’ di tempo arrivano nel salento con effetti trash.
Ora da noi, tutte le pescherie sono “con cottura”, le macelleria ti cucinano la carne che scegli dalla vetrina e poi tutti i locali che aprono si devono chiamare Fabbrica, Laboratorio, Officina, Manifattura, tutti nomi che trasmettono l’idea che in quel luogo si stia creando qualcosa di fondamentale, che tante menti illuminate siano li a spremersi le meningi per farsi venire l’idea che cambierà il mondo e che invece “strictu senso” sono locali dove gruppi suonano musica e ci si ubriaca con la scusa del “work in progress”, viste le cose da qui dovremmo concentrarci di più sulle nostre tradizioni ed evitare di uniformarci al mainstream.
Dove si lavora sono i cantieri.
Per una quindicina di minuti mi sono trasformato in Ummarel, ovvero il pensionato che guarda il cantiere, qui a New York lavorano sul serio, non come in Italia che tre guardano e uno lavora, ho visto almeno cinquanta persone in tuta da lavoro muoversi frenetiche come api operaie.
Ecco come fanno a costruire questi grattacieli, in Italia con la corruzione che gira nel mondo degli appalti e con la voglia che abbiamo di lavorare o ci fermiamo al quindicesimo piano impiegandoci trentanni o in alternativa lo facciamo crollare a causa dei materiali di terza scelta.

Ammazza, sò forti ‘sti americani.

Passeggiando ho anche aiutato una signora ipovedente che si trascinava con le stampelle a rialzarsi e chiamare un taxi dopo una caduta rovinosa, gesto che mi ha fatto sentire membro della comunità.

New York MoM’Appassiona 

simone mele un comico a new yorkUna mia caratteristica durante i viaggi consiste nel mettermi a camminare senza una meta stabilita con la convinzione che prima o poi troverò qualcosa di bello da vedere, se ci mettiamo che sono completamente privo di senso dell’orientamento, il più delle volte è una scelta suicida visto che dopo qualche chilometro finisco le energie…in terra straniera!
Questa volta, pungolato dalla mia compagna decisa a riportare a casa
la pellaccia, ho deciso di cambiare abitudini e mi sono infilato coraggiosamente nella subway.
Dopo un esegesi della mappa durata una mezz’ora,  sorprendentemente sono riuscito a beccare la linea giusta che mi ha portato proprio dove volevo andare, ovvero nel cuore della Grande Mela proprio di fronte al MoMa il museo d’arte moderna che volevo tanto visitare…che culo!
La fame ha fatto capolino e mi ha spinto verso un simpatico chiosco degli Alah brothers, reso ancora più appetibile e convincente da una fila chilometrica di “colletti bianchi” comunque percorsa velocemente e che mi ha portato a consumare un eccezionale kebab che in Italia ce lo sogniamo…anche come prezzo!!!
Il MoMa
I musei d’arte moderna mi sono sempre piaciuti, mi consola l’idea che puoi metterti ad urlare improvvisamente, buttarti per terra con le convulsioni o dormire senza essere disturbato, la gente farà finta di nulla, penseranno sia un’installazione.

Un comico al museo 

Comunque, c’erano opere di artisti importanti: le cosce di “Pollok”, il pittore che si lava i capelli due volte “Duchamp”, quello con una linea invidiabile “Magritte”, quella che butta la pasta Frida “Kahlo”, “Dalì” a qui, insomma un sacco di artisti al livello del sottoscritto, c’era anche una mostra fotografica di un certo Stephen Shore e alcune installazioni interessanti che mi hanno fatto comprendere definitivamente che io di arte non capisco un cazzo, che sia moderna o classica!

Cara, cara New York…

simone mele un comico al museo

Comunque, spendere 25 dollari per scoprire una tua lacuna è un ottimo investimento!
Alle 17 però, l’entusiasmo si è affievolito e la stanchezza ha fatto la sua comparsa facendo scattare l’istinto di sopravvivenza. Bisognava tornare a casa, mai avrei pensato di desiderare tanto un loculo!
Schiacciato come una sardina nella metropolitana (quella era l’ora di punta) sono tornato brillantemente in zona Chelsea per qualche ora di ristoro, ma ahimè gli strascichi del Jet-lag si sono fatti sentire e così dopo una cena a base di sushi costata un patrimonio ho deciso di concludere la mia prima giornata americana, stanco, felice e con la prospettiva che se dovessi continuare con questo trend sarò presto costretto a chiedere l’elemosina.
A domani!